SALUTE E BENESSERE. La musicoterapia.

Il Prof.Emilio Esposito

Ne parla il Prof.Emilio Esposito.
 
 
 
 
 
Domenica 27 settembre 2015
PROF.EMILIO ESPOSITO
Abstract professionale :
Formatore Professionista A.I.F ( Associazione Italiana Formatori)
Counselor Sistemico Relazionale Familiare iscritto (C.N.C.P.)           
A cura del Prof. Emilio Esposito Teologo- Docente di Religione liceo scientifico/ e  sezione Carceraria/ Formatore Area delle Professioni Sociali/ Formed – VdS C.R.I. / Consulente per il Terzo Settore (Welfare) /Componente Centro Studi e Osservatorio Permanente sul Disagio Giovanile Comune di Mercato S. Severino. Servitore Insegnante Scuola Alcologica Territoriale  – AICAT/ARCAT/APCAT/ Volontario Ambulatorio Dipendenze ASL Sa distretto 67-/ Responsabile Sportello Sociale C.R.I. (Delegato ASA ( Attività Sociali e Inclusione Sociale).
Esperto in Biodiscipline e Bioenergetica e Logoterapia
/ Docente Invitato UTE/ Università per la Terza Età.
 

La Musicoterapia

Bibliografia :
Benenzon R.O.  Manuale di Musicoterapia.
Edizioni Borla, Roma, 1983
 
Il termine musicoterapia deriva dai concetti di musikè (rappresentazione dell’uomo in parola, suono e movimento) e therapeia (assistenza, cura, guarigione).
Generalmente, una seduta di musicoterapia si svolge in uno studio che deve avere determinate caratteristiche; in modo particolare, deve essere isolato acusticamente e non vi devono essere oggetti o arredamenti che ostacolino il movimento del paziente. Il setting può però essere costituito anche all’aperto.
La musicoterapia è una tecnica che utilizza la musica come strumento terapeutico, grazie a un impiego razionale dell’elemento sonoro, allo scopo di promuovere il benessere dell’intera persona, corpo, mente e spirito. In altre parole “la Musicoterapia si propone di sviluppare potenziali e/o riabilitare funzioni dell’individuo in modo che egli possa ottenere una migliore integrazione sul piano intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita attraverso la prevenzione, la riabilitazione o la terapia” (8th World Congress of Music Therapy, Amburgo, 1996).
Oggi vi sono diversi approcci alla musicoterapia, diverse metodologie, che hanno prodotto diverse musicoterapie, con un ampio spettro che va dall’approccio pedagogico, a quello psicoterapeutico, a quello psicoacustico. La musicoterapia viene impiegata in diverse campi, che spaziano da quello della SALUTE, come prevenzione, riabilitazione e sostegno, a quello del BENESSERE al fine di ottenere un migliore equilibrio e armonia psico-fisica.
Come funziona la Musicoterapia?
Dobbiamo pensare che, da ancor prima della nascita, si sedimentano in noi dei suoni che costituiranno poi il nostro “Io sonoro”.
La musicoterapia tradizionale, che è quella di tipo psicoterapico, utilizza un codice alternativo rispetto a quello verbale (basato sul principio dell’ISO – identità sonora individuale), per cercare di aprire, attraverso il suono, la musica, e il movimento, dei canali di comunicazione nel mondo interno dell’individuo. Gli operatori di musicoterapica cercano, cioè, di sbloccare questi canali attraverso l’espressione strumentale sonora.
 Il viaggio dei suoni nel nostro cervello
I suoni sono fenomeni fisici in grado di influenzare tutte le cose con cui vengono a contatto.
Suoni di particolari frequenze possono, ad esempio, rompere un vetro; mentre, altri, impercettibili all’orecchio umano, possono essere utilizzati per dare ordini a un cane.
Studi recenti sostengono che, persino la crescita delle piante, può essere influenzata dal tipo di musica che si suona nelle vicinanze. Se vogliamo rappresentarci visivamente la propagazione del suono, pensiamo ai cerchi che si formano nell’acqua allorché gettiamo un sasso.
I suoni acuti sono generati da vibrazioni molto rapide, quelli bassi corrispondono a vibrazioni lente; l’orecchio umano e’ in grado di percepire suoni con una frequenza compresa tra 30 e 20.000 vibrazioni al secondo (Hertz o Hz).
Ma dove viene elaborata esattamente la musica nel nostro cervello? Innanzitutto, dobbiamo distinguere la fase dell’udire i suoni come fenomeno periferico legato all’orecchio e al nervo acustico, una fase del sentire che si collega soprattutto a funzioni talamiche, dove il suono viene filtrato.
Se il talamo consente il passaggio dell’informazione, essa giunge al lobo temporale, in centri che si trovano in prossimità di quelli del linguaggio (l’area di Broca), e qui si verifica finalmente il processo dell’ascoltare, con un coinvolgimento globale del nostro sistema nervoso e delle funzioni psichiche a esso connesse.
 Si dice che il suono musicale viene cioè intellettualizzato.
 Uno dei massimi studiosi delle proprietà del suono, Isabelle Peretz dell’Università di Montreal, ha supposto che, in linea di principio, la metà destra del cervello elabora la musica in maniera complessiva, mentre quella sinistra in modo analitico.
Possiamo, quindi, supporre che, l’emisfero destro, sia quello che, in un primo momento, afferra una struttura approssimativa della musica sulla quale in seguito l’emisfero sinistro esegue una analisi più precisa.
Vi sono però altri approcci, molto diversi da quello appena descritto, che sfruttano le potenzialità del suono e della musica come mezzo terapeutico. Uno dei più interessanti è quello che fa riferimento alle teorie psicoacustiche.
 La musica è un linguaggio
La musica è un linguaggio non meno importante di quello visivo, corporeo o verbale, in grado di esprimere idee, concetti, sentimenti propri di ogni individuo.
Come il linguaggio verbale, anche la musica è uno dei fondamenti della nostra civiltà. L’uomo costruì i primi strumenti oltre 35 mila anni fa: tamburi, flauti, scacciapensieri. Ma perché i nostri antenati incominciarono a fare musica? Quali vantaggi ne ricavavano?.
Oggi gli antropologi mettono in primo piano la capacità della musica di cementare una comunità, scandendone i ritmi e rinsaldando i legami fra i suoi membri. Essa garantirebbe la coesione sociale e la “sincronizzazione” dell’umore dei componenti di un gruppo, favorendo così la preparazione di azioni collettive. Esempi attuali dell’utilizzo della musica in questi termini sono, ad esempio, le marce militari, i canti religiosi, gli inni nazionali.

Il potere della musica: le emozioni
I primi studi sulle risposte emotive alla musica, risalgono al 1936, quando la psicologa e musicologa Kate Heiner dimostrò che vi sono due elementi essenziali che il nostro cervello utilizza per elaborare una risposta emozionale alla musica: il MODO, cioè la tonalità (Maggiore/minore), e il TEMPO, cioè la velocità di esecuzione (Veloce/lento). Si è così notato che, dalla combinazione del modo e del tempo, l’uomo ricava delle emozioni che possiamo definire UNIVERSALI.
La chiave di lettura è la seguente:
Modo maggiore/tempo lento  = serenità
Modo maggiore/tempo veloce  = allegria, euforia, esaltazione
Modo minore/tempo lento  = tristezza, malinconia
Modo minore/tempo veloce  = paura, dramma, angoscia
Che queste risposte emotive siano comuni a tutti, è dimostrato da un altro importante esperimento compiuto in tempi più recenti all’università di Montreal da Isabelle Peretz: questa studiosa ha registrato le modificazioni indotte dalla musica su vari parametri fisiologici, come la pressione del sangue, la frequenza cardiaca e la conduzione elettrica della pelle (la cosidetta reazione elettrodermica).
In questo esperimento, un gruppo di soggetti è stato sottoposto all’ascolto di diversi brani musicali che erano classificati come allegri, sereni, paurosi, tristi.
Ebbene, si è dimostrato che le musiche producevano il medesimo effetto in tutti gli ascoltatori, indipendentemente dal giudizio soggettivo sul tipo di emozione suscitata.
Ad esempio, i brani classificati come paurosi erano quelli che determinavano la maggiore reazione cutanea, caratterizzata da un rilevante incremento della sudorazione.
Il fatto che queste risposte fisiologiche siano indipendenti dai giudizi soggettivi, dimostra che l’ascoltatore non è necessariamente consapevole dell’effetto che la musica esercita su di lui e ci fa intravedere quale potere la musica abbia sui nostri comportamenti.
Gli effetti della musicoterapia in gravidanza possono continuare anche dopo il parto.
La musica può essere utilizzata anche nel trattamento di un bambino Down poiché questi ne ha uno spiccato desiderio, sente il ritmo, prova piacere nell’ascolto di brani, in particolare melodici, e nel cantare insieme agli altri.
Un’ulteriore gratifica per il bambino afflitto da questa sindrome, è rappresentata dalla produzione musicale. Far musica singolarmente o in gruppo può servire per fargli manifestare la sua ricca inventiva.
La terapia musicale può portare a buoni risultati anche nei casi di soggetti afflitti da disturbi del linguaggio o da morbo di Parkinson.
Ogni essere umano, nel corso della sua vita, ha vissuto delle esperienze collegate alla musica e, l’ascolto di un particolare brano musicale, può risvegliare in lui il loro ricordo.
L’uso della musica durante il trattamento psicoterapeutico può indurre la produzione onirica, facilitare la regressione e l’emergere dei fenomeni di transfert e controtransfert.
Nel lavoro coi disabili mentali, l’uso del corpo come strumento di movimento o percussione è importante. Nel caso di nevrosi e psicosi, la musica aiuta ad eliminare i contenuti disturbanti presenti nel paziente, facilita l’interazione e la relazione con gli altri e può fungere da mezzo sostitutivo del linguaggio parlato.
Con persone afflitte da autismo, la musica può svolgere il ruolo di oggetto mediatore tra soggetto e realtà esterna, può cioè rappresentare uno strumento di comunicazione che consente un’azione terapeutica che non provochi nel paziente segni d’angoscia.
La terapia musicale mira ad eliminare gli ostacoli emotivi o intellettuali che si frappongono tra il soggetto autistico e l’ambiente, e a migliorare il comportamento del paziente nel suo rapporto, sia con chi lo circonda, sia con se stesso.
La musicoterapia può venire utilizzata anche durante la gravidanza. La musica aiuta la donna a regredire al suo vissuto personale di feto e di figlia e a vivere con meno ansia questa fase della sua vita.
Al momento del parto, la musica può aiutare la puerpera a potenziare i suoi livelli energetici, a ridurre l’ansia e a trovare una condizione di concentrazione fisica e mentale. Inoltre, la musica dà la possibilità alla partoriente di gridare e urlare senza vergogna nei confronti di chi ascolta e di aprire il canale della comunicazione viscerale con l’ambiente e il bambino.
I suoni aiutano anche il feto, in modo particolare se li ha uditi in precedenza associati a sensazioni positive trasmessegli dalla madre, a rassicurarsi durante le operazioni legate all’uscita dal ventre materno. Questo rappresenta un aspetto di accoglienza svolto dalla musica nei confronti del bambino, i suoni indicano che la vita esiste anche oltre il tunnel, verso la luce, all’esterno.
Bibliografia :
Benenzon R.O.  Manuale di Musicoterapia.
Edizioni Borla, Roma, 1983
 
Per contattare il Prof.Emilio Esposito, inviare un’email a:   emiesposito@tiscali.it
 

Antonio De Pascale

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