AMBIENTE. La politica degli U.S.A. in riferimento all'ambiente.

Antonio De Crescenzo

Ne parla Antonio De Crescenzo, Energy Manager.
 
 
 
Martedì 6 giugno2017
ANTONIO DE CRESCENZO, ENERY MANAGER
Gli americani hanno consegnato nelle mani di Mr.Trump la possibilità di proseguire sul sentiero tracciato dalla precedente amministrazione Obama che,con non pochi sforzi, aveva voluto dare un senso di Unità di tipo trasversale tra le Nazioni nella lotta ai cambiamenti climatici.Pare che invece Mr.Trump abbia imboccato non solo la corsia di decelerazione, ma che sia decisamente ed irrimediabilmente, con un bel salto di carreggiata, passato sulla corsia che conduce nella direzione opposta.
L’annuncio che gli USA usciranno dall’Accordo di Parigi – Cop21 – non ha sorpreso nessuno, così come il non aver indicato quale procedura useranno gli USA, sembrava quasi scontato.
La COP21 è un Trattato Internazionale e, come tale , è regolamentato dalla Convenzione di Vienna del 1969 in base alla quale, per ritirarsi da un trattato, bisogna rispettare la procedura che lo stesso contempla.
L’accordo di Parigi, sottoscritto da 175 Nazioni, è entrato in vigore il 4 novembre 2016.
L’entrata in vigore era legata alla sottoscrizione dello stesso da almeno il 55% delle Nazioni che rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di Co2.
In base all’art.28 del trattato, nessuna Nazione che lo ha sottoscritto può uscirne per tre anni dalla data di entrata in vigore, giungiamo quindi al 04 novembre 2019; inltre, dalla notifica di uscita, deve trascorrere almeno un altro anno e giungiamo così al 04 novembre 2020 : unico neo è che, le prossime elezioni presidenziali, sono fissate per il 03 novembre 2020 e quindi Mr.Trump deve riuscire a farsi rieleggere per completare il percorso di uscita dal trattato di Parigi.
La motivazione indicata dal Presidente Trump, che vorrebbe far passare il messaggio in base al quale gli Stati Uniti sono stati penalizzati, non trova riscontro, considerando che le emissioni di Co2 in atmosfera sono notevolmente superiori sia a quelle della Cina che dell’Europa: ciò confermerebbe la maggior responsabilità storica degli USA.
Le stime, applicando il trattato di  Parigi, ci conducono ad un valore di emissioni di Co2 nel settore energetico nel 2030 pari a circa 11 ton\anno procapite per gli USA contro le circa 7 per la Cina e poco meno di 5 ton\anno per l’Europa.
L’enfatizzazione dei vantaggi dei settori che hanno appoggiata la corsa alla presidenza di Trump (carbone ed industrie ad alto utilizzo di energie fossili ), non trova alcun equilibrio con il silenzio relativo ai costi della crisi climatica quali danni in agricoltura, maggiori costi assicurativi e, infine, costi del settore sanitario.
Aggiungiamo la totale mancanza di green economy,  che farà venir meno i vantaggi economici e occupazionali ad essa legata.
In definitiva, i danni economici per gli USA sarebbero maggiori dei vantaggi procurati alle categorie dei sostenitori.
Andrebbe preso in considerazione il maggior peso lasciato alla Cina come Nazione all’interno del Trattato e la perdita di credibilità diplomatica per gli USA.
Vi lascio alcuni quesiti su cui meditare :
Trump sta bluffando?. Se non è così, saremo in grado di riassestare l’Unione e fronteggiare la necessità di rallentare il surriscaldamento del globo terrestre?. Riusciremo ad evitare il diffondersi della teoria in base alla quale, nella lotta ai mutamenti climatici, saremo Cina-dipendenti?. Infine, quanto ci costerà in termini di concessioni alla stessa Cina?
ANTONIO DE CRESCENZO, ENERY MANAGER

Antonio De Pascale

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